Infiltrati nei servizi

Se, come affermato dal presidente francese Sarkozy, la vicenda di Mohammed Merah rappresenta l’11 settembre della Francia, non v’è dubbio che ciò coincide con il perfezionamento della strategia del jihad messa a punto dalle nuove élite qaidiste di seconda e terza generazione, perfettamente inserite nel tessuto sociale dei paesi occidentali dove risiedono. Una strategia basata sulla taqiya (dissimulazione) e sulla capacità di infiltrare i propri operativi nell’intelligence e negli apparati di sicurezza degli stati da colpire. di Pio Pompa
16 AGO 20
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Se, come affermato dal presidente francese Sarkozy, la vicenda di Mohammed Merah rappresenta l’11 settembre della Francia, non v’è dubbio che ciò coincide con il perfezionamento della strategia del jihad messa a punto dalle nuove élite qaidiste di seconda e terza generazione, perfettamente inserite nel tessuto sociale dei paesi occidentali dove risiedono. Una strategia basata sulla taqiya (dissimulazione) e sulla capacità di infiltrare i propri operativi nell’intelligence e negli apparati di sicurezza degli stati da colpire. Interpreti, doppiogiochisti, laureati usciti dai campus universitari (finanziati e controllati dal network fondamentalista) che cercano di essere reclutati dalle agenzie di intelligence costantemente a corto di agenti in grado di parlare fluentemente l’arabo, il farsi, l’urdu e i dialetti tribali, costituiscono la struttura portante dell’offensiva. In questo modo all’attentato clamoroso e di vaste proporzioni (difficile da organizzare e realizzare con i dispositivi di prevenzione e sicurezza adottati globalmente dopo l’11 settembre) viene preferita l’azione individuale, appoggiata da piccoli nuclei composti al massimo da quattro o sei terroristi che, seppur circoscritta, raggiunge il proprio obiettivo devastante interagendo con i media ritenuti dagli islamisti più efficaci delle armi stesse.
“E’ questa la lezione che bisogna trarre dal caso Merah. E’ questa la nuova frontiera del jihad e del terrorismo internazionale”, affermano al Foglio fonti di intelligence. Ciò comporta l’adozione immediata, da parte delle agenzie di intelligence e degli altri apparati di sicurezza, di nuove metodologie di contrasto al terrorismo islamico attraverso una rivisitazione complessiva dei criteri operativi sin qui applicati. Una esigenza che si è già manifestata con forza in Afghanistan, divenuto di fatto il terreno di maggiore successo della nuova strategia islamista, che dopo il caso Merah ha assunto un carattere globale e non più eludibile. “Si tratta – dicono le nostre fonti – di far seguire, alle attività di intelligence e controspionaggio, operazioni di polizia giudiziaria invasive che uniscano alla tecnologia la massima cura nel non trascurare alcun elemento durante le perquisizioni delle persone e degli ambienti”. Attenzioni necessarie per evitare il ripetersi di quanto avvenuto tempo fa in Francia, quando una cellula salafita estremamente pericolosa fu scoperta solo dopo la terza perquisizione. In tale circostanza furono rinvenuti esplosivi, comandi elettronici a distanza e “pizzini” contenenti i numeri di cellulare dei loro capi all’estero. Sottovalutare tutto ciò (e quanto avvenuto a Tolosa) sarebbe un errore che l’occidente non può permettersi.
di Pio Pompa